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Lasciar cadere le foglie

Silvio Gulizia
Silvio Gulizia
4 minuti
Lasciar cadere le foglie

Un giorno, durante la lezione di Yoga, l’insegnante se n’é uscita invitandoci a lasciar cadere le foglie, visto che oramai siamo in autunno. Ci sono rimasto un attimo spiazzato. Per tutti l’autunno è le foglie che cadono, ma ti sei mai chiesto cosa significhi e perché accada?

Tutte le piante perdono le foglie, anche i sempreverdi. Solo che questi hanno foglie più piccole e le perdono durante tutto l’anno. Se vivi in una zona di pini, avrai certamente notato che ci sono sempre aghi di pino secchi in terra. Le piante cambiano le foglie per mantenere in efficienza il proprio sistema di alimentazione. Alcune di loro, quando arriva il freddo e la luce scarseggia, lasciano cadere le foglie per garantirsi la sopravvivenza. In inverno infatti se ne andranno in letargo, per così dire, e vivranno con le scorte accumulate. Se però tenessero le foglie sui rami, queste consumerebbero le provviste, ovvero quella scorta di energia necessaria per superare indenni l’inverno. Inoltre, aumenterebbero il peso dell’albero trattenendo acqua e neve. E quindi, via, le lasciano cadere.

Tecnicamente, la pianta richiama zuccheri e sostanze organiche verso il tronco; la clorofilla si degrada e la foglia si tinge di giallo, rosso e bronzo, prima di essere abbandonata al suolo.

Cosa significa dunque lasciar cadere le proprie foglie?

Nello mia pratica di Yoga significava lasciar andare le tensioni e i pensieri che ci portavano lontano dal corpo. Che sottraevano energia e attenzione alla nostra pratica. In senso più ampio, è un bel modo di dire per suggerire di individuare relazioni con cose e persone logore e lasciarle andare.

Tante volte è solo una questione di testa. Altre volte no. Nel primo caso non è più facile, perché la mente è il freno più forte alle nostre intenzioni. Per restare allo Yoga, capita spesso di pensare di non essere in grado di assumere una posizione. Poi ti metti li, provi e non ci riesci. Riprovi, e ti sembra che forse con un po’ di allenamento potresti farcela. Piano piano la certezza circa la tua incapacità di assumere quella posizione svanisce, fino a che non inizi a pensare che puoi farcela, e così semplicemente ci riesci.

Non attaccamento

Il punto chiave qui è che il passato è passato. Girandoci un po’ attorno, siamo tornati a parlare del principio di non attaccamento. Ci attacchiamo a tutto come se tutto fosse per sempre, mentre l’unica cosa che è per sempre è il cambiamento.

Dall’attaccamento sorge il dolore, dal dolore sorge la paura. Per colui che è totalmente libero, non c’è attaccamento, non c’è dolore, non c’è paura.

– Buddha

Tutto è impermanente e questo ci fa soffrire perché tendiamo ad attaccarci a quello che troviamo. A persone che cambiano, a cose che si rompono, a situazioni che evolvono… Perché l’attaccamento ci dà certezze, e vivere senza certezze è cercare di restare fermo mentre ti sfilano il tappeto da sotto i piedi.

Possiamo provare a controllare l’incontrollabile cercando sicurezza e prevedibilità, sperando di essere sempre comodi e sicuri. Ma la verità è che non possiamo mai evitare l’incertezza. Questa mancanza di conoscenza è parte dell’avventura, ed è anche quello che ci spaventa.

– Pema Chödrön

In cosa consiste quindi questo attaccamento? In concreto si tratta di oggetti che ci stanno particolarmente a cuore e si sono rotti; relazioni che vorremmo andassero in un certo modo e invece non sono come vorremmo; persone con cui vorremmo spendere il nostro tempo e che invece sono lontane o non ci sono più; progetti in cui vorremmo avere un ruolo chiave e invece ci dobbiamo accontentare di una particina; vacanze che non vorremmo finissero, e avanti così.

Nel seguente koan circa la vita del maestro Zen Hakuin Ekaku, una delle più influenti figure del buddismo Zen giapponese, è racchiusa la più profonda spiegazione del non attaccamento che io abbia letto. Attenzione però a non confonderlo con l’indifferenza.

Il maestro Hakuin era tenuto in grande considerazione dai suoi vicini, essendo uomo che viveva una vita pura.

Una bellissima ragazza i cui genitori avevano un negozio di alimentari viveva vicino a lui. Un giorno, senza alcun indizio, i genitori scoprirono che era incinta.

La madre e il padre di lei si adirarono. La giovane non volle confessare chi fosse il padre del bambino, ma alla fine cedette e disse che era Hakuin.

In grande collera, i genitori andarono dal maestro, il quale disse solo: “È così?”

Quando il bambino nacque, fu portato da Hakuin. Allora il maestro aveva già perso lo propria reputazione, ma questo lo lasciava indifferente, e si prese cura del bambino. Ottenne latte dai vicini e tutto quanto gli serviva.

Un anno più tardi, la ragazza madre non ce la fece più. Confessò ai genitori che il vero padre del bambino era un giovane che lavorava al mercato del pesce.

La madre e il padre della ragazza si recarono subito da Hakuin per scusarsi, chiedere perdono, e riavere il bambino.

Hakuin fu disponibile. Nel consegnare il bambino, tutto quello che disse fu: “È così?”

Come praticare il non attaccamento

Per praticare il non attaccamento la cosa più importante è individuare le cose a cui siamo attaccati. Domandarci perché ci siamo così attaccati e poi chiarire a noi stessi se quello che ci viene da questo attaccamento sia positivo o meno. Infine, cercare di capire se possiamo staccarcene. Prova a farlo con sentimenti quali rimorso, rabbia, rancore, invidia… Funziona ancora meglio.

Come si fa tutto questo? Io credo cercando di riconoscere cose e persone per quello che sono, dedicando tempo, attenzione ed energia al nostro tronco e lasciando andare le foglie che non ci procurano più alcun beneficio. È una delle cose di cui sono maggiormente grato alla mia pratica. Imparare a vivere nel qui e ora è fondamentale per la buona riuscita di questo esercizio, ed è il più grande beneficio che io abbia tratto dalla meditazione.

Riflessioni

Silvio Gulizia Twitter

Apprendista Jedi. Life hacker. Scrittore.