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Il futuro (o almeno il 2016) dei social e dei media: newsletter e WhatsApp

Silvio Gulizia
Silvio Gulizia
4 minuti

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C’è un futuro lontano che prevedere è, più che sbagliato, impossibile, come ci insegna Il cigno nero. C’è un altro futuro, quello del 2016, che quanto meno possiamo intravedere grazie ai dati. E i dati mostrano che il futuro prossimo non è dei giornali né delle TV, né di qualche diavoleria di questi ultimi tempi come Oculous VR o Google Glass, ma di qualcosa che tutti conosciamo, usiamo e amiamo: newsletter e WhatsApp.

È il messaggio che derivo dal pitch del CEO di Business Insider Henry Blodget all’apertura dell’evento BI Ignition e da alcuni altri report fra cui una ricerca dalla BBC.

Nonostante il continuo calo di lettori di giornali e spettatori della TV tradizionale, il consumo di media è in fortissima crescita grazie al digitale, e in particolare agli smartphone (Fonte: eMarketer). I millennial e la successiva generazione Z controllano il proprio iPhone come prima cosa al mattino, per vedere se qualcuno li ha contattati. Contollano le email e poi le app di messaggistica, in primis WhatsApp e Facebook Messenger. Operazioni che ripetono in media ogni dieci minuti. Almeno una volta all’ora. Millennials e Gen-Z rappresentano il 45 per cento dell’attuale popolazione del pianeta e hanno un approccio ai media completamente diverso da quello delle generazioni precedenti, ancorate a TV e quotidiani. Questi ultimi non stanno sparendo, ma si stanno evolvendo in quello che saranno: media per nicchie.

Il modo migliore per raggiungere i millennials, secondo uno studio di Adobe, sono le email. La continua crescita delle newsletter1 negli ultimi due anni è supportata dalla nascita di startup come Goodbits, RefreshBox, Curated e Revue per citarne solo qualcuna. Perché le email piacciono così tanto? Riassumo un post di Tera Kristen sul blog di Goodbits:

  • l’utente si sente in controllo della situazione ed è fiducioso che il mittente rispetti le sue preferenze;
  • ci sono leggi contro lo spam e male che vada ti puoi disiscrivere;
  • basta un secondo per leggere un titolo e decidere cosa merita la tua attenzione;
  • i social media sono poveri di contenuto per via della brevità a cui gli utenti sono costretti, non sono in grado di segmentare il contenuto in base ai gusti del lettore[^3] e sono drogati dalla pubblicità.

Lo scenario in cui tutto questo avviene è quello del (lentissimo) passaggio da contenuti spazzatura gratuiti a contenuti di qualità a pagamento. Rupert Murdoch, fondatore del secondo gruppo mediatico al mondo, News Corporation, l’aveva sognato nel 2010 con il Daily, ma non aveva capito che i nuovi media avrebbero avuto strutture differenti da quelli che li avevano preceduti2. Ad avviare la mutazione sarà, anzi in realtà è già in parte stata, l’inesorabile ascesa degli ad blocker, divenuta di attualità con l’introduzione della funzione su iOS. Succederà come con Flash: nei giorni scorsi Adobe ne ha confermato il decesso, dichiarato da Steve Jobs nel 2010 con un inusuale post sul sito di Apple. Sempre più gente usa gli ad blocker e queste persone sono giovani e “tech savvy”. Gli editori ne sono consapevoli; un’indagine di Digital Content Next descrive uno scenario in cui nei prossimi tre mesi il dieci per cento dei cittadini americani adotterà lo strumento su mobile. Il 16 per cento lo ha già fatto su desktop perché odia la pubblicità che copre il contenuto e rallenta le pagine, consumando il piano dati.

Nel frattempo, crescono le sottoscrizioni. Gli abbonamenti3. Anche alle news a pagamento. Al New York Times guadagnano di più da queste che dalla pubblicità. Video, audio e testo sono strumenti fortemente digitali: siamo nell’epoca in cui il contenuto è più importante del mezzo e averlo a disposizione quando voglio, dove veglio e attraverso il mezzo che voglio è un la regola che porta la gente a spendere. Sony rifiutò iTunes, i giornalisti risero in faccia a Steve Jobs alla presentazione dell’iPad, e in tanti hanno storto il naso quando Apple ha presentato una scatolina connessa a Internet anziché un televisore dal design innovativo. Apple attraverso i propri iPod, iPhone, iPad, Watch, Mac, TV, i propri sistemi operativi iOS, OS X, CarPlay e i propri negozi digitali iTunes e App Store ha creato un sistema di distribuzione di contenuti multimediali disponibili dove vuoi, come vuoi, quando vuoi. Ha iniziato con la musica nel 2001, per proseguire con i libri, le immagini, i video e le news. Con iCloud poi ha sincronizzato tutto. E ora è l’azienda con la maggior capitalizzazione al mondo.

A differenza dei miei amati giornali, la TV morirà con stile. Perché fa ancora un sacco di soldi e continuerà a farne per parecchio tempo, anche se sempre meno. Parliamo della TV tradizionale, non di quella che mi permette di iniziare a vedere un film nel salotto di casa e finire di vederlo in treno (Wi-Fi permettendo). Parliamo di quella che nella fascia 18-24 raggiunge i suoi potenziali utenti meno di Facebook e in quella subito dopo (25-34) sta per essere scavalcata dai nuovi media.

Potresti pensare che i contenuti verranno veicolati dai social e sì, almeno in parte hai ragione. Torniamo però un attimo ai numeri: le principali quattro app di messaggistica hanno 3 miliardi di utenti attivi al mese contro i 2,5 dei primi quattro social network. Te la faccio più facile: il 90 per cento degli utenti usa lo smartphone per scambiarsi messaggi, il 75 per cento per usare i social network. E indovina chi cresce più velocemente? Io – ma sono un caso – non ho Facebook sull’iPhone, ma ho Messenger, WhatsApp e Slack oltre iMessage. I giovani, secondo la ricerca della BBC, stanno dalla mia parte: il 75 per cento usa WhatsApp4, e nonostante molti di più usino Facebook (91%), WhatsApp è il servizio che gli mancherebbe di più se non ci fosse. Non a caso Zuckerberg se l’è comprato per l’astronomica cifra di 19 miliardi di dollari.

Ancora più semplice. Money follow eyeballs sottolinea Blodget, e il calo di ricavi della carta stampata dall’avvento delle news online lo conferma. Il futuro dei media è in mano a millennials e generazione Z, ossia a utenti che sempre meno guardano TV e giornali e sempre più “guardano” i propri smartphone per controllare email e messaggini.


  1. Da qualche parte avevo messo dei dati, ma non li trovo. Prova comunque a cercare “best newsletter” su Google e ti si aprirà un mondo. 
  2. Il Daily non è stato un fallimento, anche se in molti ne sono ancora convinti. Basta guardare i numeri. “Fallimenti” meno gravi sono divenuti aziende di successo, come ho scritto in un post sulle startup dell’informazione 
  3. In questo caso Murdoch, che era e resta un pioniera, ci ha visto giusto. 
  4. La somma di chi usa le altre app arriva al 44%. Una nota: dipende dal paese. In Cina WeChat va forte. 
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