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Un modello per sbagliare

Silvio Gulizia
Silvio Gulizia
1 minuto

Chi bene e chi male, tutti sbagliamo. Sbagliare non è un problema. È parte del processo di crescita. Sbagliando s’impara, no? No, non sempre. C’è modo e modo di sbagliare, e se non hai un modello per sbagliare, sbagliare non ti insegna un bel nulla, ma ti costa e basta.

Il costo dei nostri errori è di tre tipi. C’è banalmente un costo economico. Ce n’è poi uno organizzativo, perché spesso un errore ti costringe a rivedere i tuoi programmi. E c’è poi il costo in termini di tempo, che è quello più importante. Per il semplice fatto che il tempo è una di quelle tre risorse limitate di cui disponiamo: tempo, energia e attenzione. Il tempo si spende e basta, e una volta speso non c’è più. Dunque sbagliare è una buona idea solo se il tempo e le altre risorse che spendiamo per sbagliare ci ritornano qualcosa.

All’interno di un modello per commettere errori non ci sono sbagli, sostiene uno dei padri dell’internet nostrano, Carlo Gualandri. “Ho solo scoperto come non si fa”, diceva Thomas Edison degli innumerevoli esperimenti falliti prima di inventare la lampadina.

Un modello è tale solo se ti porta da qualche parte. Ogni attività, anche la più insignificante, all’interno di un modello per commettere errori dovrebbe essere strutturata grosso modo così:

1) sperimentazione, che necessariamente richiede una tesi da verificare;

2) apprendimento, ovvero quella fase dell’esecuzione in cui ci sporchiamo attivamente le mani;

3) revisione, fondamentale per memorizzare quello che abbiamo imparato dagli errori commessi, o da quello che ci è venuto bene.

Ognuna di queste fasi è necessaria, altrimenti il meccanismo s’inceppa. In ogni nostra giornata, così come all’interno di ogni sessione di lavoro, studio o gioco, ci dovrebbero essere sempre spazio per sperimentare qualcosa di nuovo e annotare quello che ci ha insegnato.

Progetti

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