Mente e sofferenza

La sofferenza, indipendentemente dalla forma che assume, fisica o psichica, è solo in parte dovuta a fattori esterni. La maggior parte di essa ce la infliggiamo da soli attraverso la nostra interpretazione di avvenimenti ed emozioni. Il dolore deriva infatti da quello stato di insoddisfazione in cui ci veniamo a trovare quando la realtà ci appare diversa da come ce l’eravamo immaginata e dalla resistenza che opponiamo a quelle cose che non possiamo cambiare. Ma proprio perché questa sofferenza è per lo più auto-indotta, possiamo evitarla.

Il più delle volte soffriamo perché la nostra mente è impegnata a riflettere su passato e futuro, così al dolore provocato dal gap fra la realtà che vorremmo e quella che è ci si aggiunge quello generato dall’impossibilità di farci qualcosa. Per risolvere questo dilemma Eckart Tolle in Il potere di adesso suggerisce di separare la nostra mente dal nostro corpo. Che in realtà significa vivere con distacco quello che ci succede. O, meglio, vivere nel presente. Pensare troppo al passato o al futuro infatti non fa altro che esporci a ricordi e rimpianti o preoccupazioni e pianificazione, o ancora altri aspetti su cui non abbiamo la possibilità di lavorare in questo momento, in cui siamo impegnati a vivere.

L’ego e la rabbia

C’è una parte del nostro corpo che del dolore ha bisogno e che di esso si alimenta. Pensa a quando ti monta la rabbia: ecco, proprio in quel momento lì è quella tua parte che sta prendendo il controllo. Facci caso la prossima volta che succede: dove si trova? Sta nella pancia o nella gola? Nelle mani o nel petto? Quando ti sorprendi a sfogarti contro oggetti inanimati o altre persone, è che quella parte di te è divenuta incontenibile e il resto del tuo corpo la sta spingendo fuori. E infatti dopo stai meglio. Prima di renderti conto che hai solo peggiorato le cose.

Invero, il problema è più a monte, e risiede nel nostro ego, una parte della mente che controlla quello che pensiamo e come agiamo. Possiamo immaginarlo come il bottone di autodistruzione della nostra vita. Quando viene premuto, non siamo più in grado di assumere decisioni coerenti con la realtà, ma ogni pensiero e azione viene rigidamente controllato dall’ego. I bambini diventano i miei figli, l’azienda diventa la mia azienda, il progetto a cui stiamo lavorando diventa il mio progetto. Io diventa il punto attorno cui tutto deve ruotare.

Per evitare che la nostra mente sia continuamente focalizzata su passato e futuro, ovvero su cose per cui non possiamo fare nulla, ma si concentri sul presente, e cioè sull’unico momento in cui abbiamo la possibilità di agire, è dunque necessario spostare l’attenzione dalla mente al corpo. Ci sono tre strategie che possiamo utilizzare, secondo Tolle. Vediamole insieme.

Quietare la mente

Il primo è più semplice metodo è domandarci a cosa stiamo pensando. Innanzitutto perché così facendo mettiamo la nostra mente in una posizione di disagio. Quando si trova sotto osservazione, infatti, la mente tende a rimanere sulle sue. Ancora più difficile le possiamo renderle la vita se anziché chiederle a cosa stia pensando le domandiamo quale sarà il suo prossimo pensiero, e restiamo lì in attesa che ci risponda. Quale sarà il tuo prossimo pensiero? Ecco il silenzio.

Non giudicare

Sfortunatamente quella, la nostra mente, appena ci distraiamo un attimo ne approfitta, come un bambino che quando pensi le abbia già combinate tutte riesce a farne un’altra a cui tu non avresti mai pensato. Ma qual è il modo migliore di agire in una condizione del genere? Non certo prendersela e cominciare a strillare, perché significa lasciare il controllo al nostro ego. Se giudichiamo, in qualunque modo giudichiamo, ci lasciamo coinvolgere e rinunciamo a osservare. Giudicare, infatti, altro non è che un’azione della mente. Quando giudichiamo, è di nuovo la nostra mente o il nostro ego che sta guidando le danze.

Osservare e non giudicare non significa rimanere lì con le mani in mano. Vuol dire agire sulla base delle informazioni che abbiamo senza apprezzare o condannare o analizzare. Il che è molto complicato quando ci troviamo in condizioni che ci portano all’esasperazione, come per esempio bloccati nel traffico o davanti a un bimbo che proponga capricci su capricci o un capo che non ci lasci spiegare il perché o il per come del nostro operato.

In tutti questi casi – in cui comunque esasperarci, tecnicamente, è stata una nostra scelta – la mente reagisce con suggerimenti che non ci aiutano a risolvere il problema, e che è più facile peggiorino la situazione anziché migliorarla. Darle retta, in questo caso, è una sciocchezza. La cosa migliore è sorridere a queste proposte o pensieri, osservare la mente e chiederle di fornirci solo i dati di fatto, non la propria interpretazione, così da agire sulla base di quelli. D’altra parte, non abbiamo altra possibilità nei confronti delle cose che non possiamo cambiare – e che nella maggior parte dei casi sono quelle che ci fanno esasperare – se non accettarle.

Allerta

Il passo successivo è raggiungere uno stadio di allerta attiva, quello dei servi che aspettano il padrone nella parabola di Gesù. Quelli non si interrogano su quando o come potrebbe arrivare il padrone, perché se lo facessero rischierebbero di non farsi trovare pronti quando arrivasse. Nessun sogno, nessuna pianificazione, nessun ricordo. I maestri Zen insegnano questa cosa percuotendo i monaci che siedono in meditazione a occhi chiusi e non sono così concentrati da evitare il colpo.

Nella vita di tutti i giorni questo significa essere sempre orgoglioso delle proprie scelte, anche quando queste implicano una rinuncia che ferisce il nostro ego.

In pratica

Questa riflessione mi è stata utile a trasformare in qualcosa di utile e pratico molte delle lezioni apprese attraverso la meditazione. Quando mi trovo in una condizione di oggettiva difficoltà, oggi cerco di respirare e sorridere, analizzare i fatti e domandarmi fra i possibili modi in cui posso agire di quale sarei orgoglioso e di quale no.

Funziona sempre? Nì: spesso sono stanco o stressato o arrabbiato e non riesco a controllarmi. A ben vedere però questo succede perché in precedenti occasioni ho concesso al mio ego distruttivo di controllare gli esiti di una situazione in cui non ero a mio agio. Se non l’avessi fatto sarei riuscito a gestire la successiva situazione. Quindi, quando mi capita, cerco di chiedermi perché io stia reagendo nel modo in cui sto reagendo e come invece mi consiglieri di agire se non fossi direttamente coinvolto nella situazione. E va un po’ meglio.